La nuova rotta del Super Bowl: dalla Bay Area al cuore di Puerto Rico

Tra tensioni e dibattiti, Il Super Bowl LX ha trasformato il palco in un manifesto, protagonista? Solo la musica.

Non vedevamo l’ora di lasciarci travolgere dalla sfrontatezza e dal calore dei protagonisti più chiacchierati del Levi’s Stadium al Super Bowl 2026: Green Day e Bad Bunny. Possiamo dire che hanno ben superato le nostre aspettative, e ci hanno davvero emozionato.

A Santa Clara, nel cuore della Silicon Valley, è stata celebrata la 60esima edizione dello show dedicato alla National Football League.Il trio di Berkeley è stato lì, seppur per pochi minuti, accendendo il fuoco quanto bastava per restare vivo, di fronte all’evento mondiale più pop, mainstream e sportivo che gli Stati Uniti possano offrire. Un’opening ceremony perfetta che ha aperto la strada a un incredibile esibizione, con Bad Bunny che ha portato sul palco l’America intera.

Il medley degli ex Sweet Children è stato un ritorno a casa, alla Bay Area degli anni ’90 – quella del 924 Gilman Street e delle road stories – a quei giorni in cui il senso comunitario sembrava fare da scudo a tutto. A quando le canzoni erano scritte di pancia come manifesto di rabbia o rigurgito di sogni infranti. Dove il gruppo ha imparato a far vibrare ogni nota, impregnandola di rumori disturbanti e dettagli sporchi, con un’identità così decisa da marchiarlo di un valore che lo avrebbe fatto ricordare per molto tempo.

American Idiot. Sono passati vent’anni da quell’album dissacrante e carico di rabbia che ha potuto abbracciare a pieno il punk rock: i Green Day sono qui e lo suonano ancora più forte, questo perché oggi facciamo più fatica a farci sentire. Il mondo è caotico e pieno di muri: tra i paesi, tra di noi, ma soprattutto dentro di noi. Siamo barricati e abbiamo paura della nostra ombra. Prima l’ombra riuscivamo a riconoscerla, ora non la distinguiamo più.

Questo equilibrio inevitabile fra critica sociale e spettacolo commerciale non indebolisce il contenuto veicolato, anzi, lo rende ancora più interessante: non è più solo una questione di far sentire la propria voce, ma di come quella s’insinua in un discorso collettivo molto più grande senza perderne l’autenticità. Quei tre ragazzi di strada ne hanno fatta, e la visibilità ottenuta è semplicemente il frutto dell’essere rimasti fedeli a se stessi.

Patrick T. Fallon/AFP via Getty Images

Bad Bunny ha stravolto ogni regola dell’halftime, trasformandolo in un’esplosione di cultura e ritmo che nessuno si aspettava. Al centro dello stadio, solo Puerto Rico e il suo immaginario, crudo e luminoso. Metafore e simboli ovunque, come il bambino che riceve il Grammy guardando la televisione, e il rimando velato al noto discorso del rapper (ricordiamo le parole ICE out).

El Conejo Malo ha preso il microfono e l’ha trasformato in un megafono per le ferite dell’isola: strade rotte, vite complicate. Non ha fatto nomi, non ha cercato colpevoli, ha solo lanciato un urlo potente. Ecco la genialità dell’icona puertoricana: essersi adattato ai tempi, aver sfruttato e fatto appello solo alla propria umanità per combattere il sistema dall’interno. E per farlo, servendosi di tutto quello che uno spettacolo del genere può offrire, in termini di grandezza e risonanza.

AP Photo/Godofredo A. Vásquez

Da un lato ci sono state critiche conservatrici molto forti, come quelle di Trump, facendo leva sul fatto che lo spettacolo fosse per lo più in spagnolo e culturalmente diverso da ciò che tradizionalmente ci si aspetta. Dall’altro lato, si parla di una celebrazione di inclusività e orgoglio culturale, con messaggi di unità che hanno superato le barriere linguistiche.

Possiamo vedere la presenza di questi artisti come un atto politico implicito: non per ciò che hanno detto, ma per ciò che rappresentano. L’esplosione mediatica ci conferma quanto ogni gesto diventi politico, anche senza dichiarazioni esplicite.

E’meraviglioso notare come le scelte creative parlino più delle parole stesse, e questa è la libertà che solo l’arte porta con sé, ovunque.

Sara Pereira Da Silva

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Alberto Pani

Blogger

Cresciuto ai piedi delle ridenti colline del Monferrato, tra muri di nebbia sei mesi l’ anno, zanzare incazzate nei sei mesi successivi e bocce di vino rosso sempre e comunque per stemperare il disagio così accumulato.

Chitarrista fuori forma.

Fermamente convinto che 8 volte su 10 le cose si risolvano da sole.

Punto debole: la meteoropatia