MJ Lenderman: cronache minime dall’America di provincia

Negli ultimi anni, MJ Lenderman si è imposto come una delle voci più interessanti dell’indie rock americano,…

Negli ultimi anni, MJ Lenderman si è imposto come una delle voci più interessanti dell’indie rock americano, capace di rinnovare il linguaggio dell’alt-country e dello slacker rock senza ricorrere a formule nostalgiche e “acchiappalike”. Cantautore, chitarrista e polistrumentista statunitense attivo dal 2018, Lenderman ha una cifra stilistica che si fonda su un equilibrio perfetto fatto di chitarre fuzz, melodie essenziali e testi che trascrivono la quotidianità con ironia e disincanto. Nei suoi dischi, l’America di provincia non è una cifra estetica, ma un punto di partenza narrativo, filtrato attraverso una sensibilità contemporanea e profondamente personale. Un approccio che lo colloca al centro di una nuova scena indie radicata e, al tempo stesso, uno di quegli strani casi in cui ascolti streaming da capogiro vanno di pari passo con una fama paradossalmente non massiva (in Italia e in buona parte d’Europa è un nome ancora piuttosto sconosciuto): il motivo sta nell’autenticità, una pepita sempre più rara nel mercato musicale di oggi.

MJ Lenderman è nato ventisette anni fa ad Asheville, in North Carolina: un dettaglio tutt’altro che secondario per la sua musica, anzi, varrebbe la pena di dire che si tratti di ciò che l’ha definita.
Il taglio obliquo e anti-retorico che lo contraddistingue e lo sta accreditando così fortemente nasce proprio dal posto in cui è nato e si è formato: Asheville non è solo il luogo da cui proviene, ma un vero e proprio laboratorio creativo, una città di provincia immersa nelle Blue Ridge Mountains, lontana dai grandi hub musicali, dove folk, country, noise e indie rock convivono senza barriere di genere.
É proprio in questa scena aperta e comunitaria che Lenderman ha affinato la sua scrittura essenziale, trovando nello scambio continuo con altri musicisti locali — dai Wednesday a Waxahatchee — una dimensione artistica che privilegia l’autenticità alla performance.
È qui che la sua musica ha imparato a osservare il reale con uno sguardo partecipe ma disincantato, senza mitizzarlo né demonizzarlo.

credits: Charlie Howell

La musica di Lenderman si siede a gambe incrociate a un crocevia tra indie rock, alt-country e slacker rock, con un uso marcato di chitarre fuzz, ritmo rilassato e testi che mescolano ironia, malinconia e osservazioni quotidiane. È un autore che riesce a raccontare storie di vita del tutto ordinarie — partite di basket, barbecue sotto la pioggia, amare riflessioni personali — con un tono deadpan, empatico e a volte tragicomico: le sue canzoni sembrano uscite da diari non curati, ricche di dettagli minimi, ironia sottile e verità concrete che toccano l’ascoltatore senza troppi fronzoli o giri di parole. Il suo approccio unisce l’umorismo asciutto con una sensibilità emotiva profonda, facendo leva su riff semplici e una narrativa ponderata, ed evitando virtuosismi strumentali: in lavori come “Boat Songs” e “Manning Fireworks“, Lenderman dimostra di essere tanto capace di evocare atmosfere country rilassate quanto di esplorare frammenti di noise e chitarre vibranti, creando un suono riconoscibile e unico nel panorama contemporaneo. Il risultato? Melodie che arrivano dirette, atmosfere evocative eppure immediatamente familiari, suoni che ammorbidiscono l’ironia pungente dei testi: ascoltando “Wristwatch”, ci si culla nell’amarezza di sentire parole come “I’ve got a wristwatch that tells me I’m on my own” (“ho un orologio che mi ricorda che sono da solo”), ma la bellezza del riff di chitarre stempera tutto in un bel sospiro… e via, improvvisamente, è come osservare un tramonto con una birra in mano.

Lenderman non nasce come solista: prima di concentrarsi maggiormente sui suoi progetti personali, è stato parte della band alternativa Wednesday, contraddistinta da un mix di shoegaze, noise e country, e il suo spirito collaborativo lo porta alla costante ricerca di collaborazioni e scambi con i “colleghi” della scena a cui appartiene, che lo ispira e sostiene.
La musica di MJ, infatti, non può essere separata dal contesto in cui è cresciuta. Asheville vanta una scena musicale estremamente vivace e variegata: dal bluegrass e folk più tradizionali, alle jam session di jazz, blues e rock indie nei locali e nelle strade del centro. La città è un crogiolo di generi e talenti: musica dal vivo a ogni angolo, oppure suonata per strada da buskers, con festival tutto l’anno e luoghi storici come l’Orange Peel e il Grey Eagle che ospitano sia artisti locali sia tournée nazionali.

Proprio qui, in pieno spirito comunitario, Lenderman ha potuto crescere come artista, suonare nei club, collaborare con altri artisti del posto (come Waxahatchee) e registrare album nati negli studios locali. Per un periodo, inoltre, MJ ha vissuto fuori città in una sorta di «compound» creativo con altri musicisti, un ambiente che gli ha permesso di sperimentare e affinare il proprio stile, arricchendolo con le connessioni nate nel contesto in cui è nato e cresciuto, ma, al tempo stesso, preservandolo dalle pressioni dell’industria musicale.
Ancora oggi, nonostante il successo crescente, Lenderman mantiene una forte connessione con la sua comunità e la scena musicale locale, tanto da partecipare a progetti collettivi come l’album di beneficenza “We Love It Here“, pubblicato a sostegno della comunità colpita dall’uragano Helene, una delle tempeste più gravi degli ultimi vent’anni negli Stati Uniti, che nel 2024 ha causato circa duecento morti, di cui oltre la metà proprio in north Carolina. 

Questi tratti di radicamento e appartenenza rimangono netti e riconoscibili anche nel lavoro che lo ha consacrato nel panorama internazionale, “Manning Fireworks”: il disco rappresenta un punto di consolidamento nella traiettoria artistica di MJ Lenderman, in un continuo equilibrio tra scrittura narrativa e impatto rock. Accanto a brani centrali come, come la già citata Wristwatch, l’album alterna momenti più distesi e quasi country (She’s Leaving You, Rudolph) a esplosioni di chitarre che richiamano lo slacker rock e il college rock anni ’90 (On My Knees, Bark at the Moon). La produzione resta volutamente ruvida, lasciando spazio a testi che osservano relazioni, fallimenti e routine quotidiane con un tono ironico ma mai cinico. È un lavoro che rinuncia a ogni tentazione di svolta “definitiva” per rafforzare invece una scrittura coerente, capace di crescere senza perdere aderenza al reale.

credits: Charlie Boss

In un panorama musicale dove l’autenticità spesso si perde tra formule preconfezionate e il rock spesso oscilla tra revival e manierismo, MJ Lenderman rappresenta una voce che sembra davvero parlare di ciò che conosce, e lo fa con un linguaggio personale e immediato. Il suo lavoro richiama tanto l’eredità musicale americana più folkloristica quanto l’indie rock più libero e sperimentale, portando con sé l’eco di una comunità musicale — quella di Asheville — che premia l’espressione genuina e l’indipendenza creativa.
La sua musica percorre una traiettoria diversa: quella di un autore che parte dal quotidiano per costruire canzoni solide e ironiche, in cui l’America di provincia non cerca redenzione né raffigurazioni romantiche, ma si limita a essere raccontata con lucidità e sensibilità profondamente umane.
Ed è proprio questa adesione al reale — fatta di dettagli minimi, chitarre ruvide e melodie che arrivano senza chiedere permesso — a rendere il suo lavoro così rilevante oggi: più che un nuovo nome da hype, Lenderman sembra destinato a diventare una presenza duratura, capace di crescere senza perdere contatto con le proprie radici.


Sara Berrnasconi

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Alberto Pani

Blogger

Cresciuto ai piedi delle ridenti colline del Monferrato, tra muri di nebbia sei mesi l’ anno, zanzare incazzate nei sei mesi successivi e bocce di vino rosso sempre e comunque per stemperare il disagio così accumulato.

Chitarrista fuori forma.

Fermamente convinto che 8 volte su 10 le cose si risolvano da sole.

Punto debole: la meteoropatia