L’uragano Kneecap arriva in Italia
Un tour di 4 date alla scoperta del rap in gaelico.
L’estate scorsa è uscito nelle sale cinematografiche un film divertente e sfrontato su un improbabile trio di irlandesi che hanno il merito di aver trascinato il rap in gaelico dalla scena underground alla fama mondiale. Tra guai con la polizia e problemi di soldi, il film racconta di come i Kneecap infiammano prima piccoli pub di ubriaconi e poi palazzetti interi in giro per il mondo. La particolarità di questo film – guardatelo se non l’avete fatto! è che i fatti-chiave, nonché i più assurdi, narrano una sorprendente storia vera e, soprattutto, gli attori sono proprio loro, i tre componenti della band.
Si tratta di Liam Óg Ó hAnnaidh detto Mo Chara, Naoise Ó Cairealláin detto Móglaí Bap e J. J. Ó Dochartaigh detto DJ Próvaí, residenti a Belfast. I fatti veri: Mo Chara e Móglaí Bap sono una coppia di amici senza soldi, noti sia alle droghe che alle guardie, bravi in niente tranne che a fare rime e danni; il terzo insegna irlandese in una scuola cattolica e ha messo nel cassetto la passione per il beat making. Dopo l’incontro rocambolesco con gli altri due, DJ Próvaí ricomincia a comporre, si infila un passamontagna in testa e un video lo riprende mentre mostra le chiappe in un locale con la scritta “Brits Out”. L’insegnante perde il lavoro, ma il pubblico guadagna i Kneecap, ossia un fenomeno mediatico che conquista i grandi numeri grazie al matrimonio perfetto tra il gaelico e il rap, tra una lingua antica, la sua storia, la sua forza politica e il genere musicale nato per raccontare gli oppressi.
Kneecap oggi è quindi il nome di tante cose: di una band irlandese, del film su di loro, della “rotula” in italiano e di quella pratica un tempo tanto cara all’IRA (kneecapping) di gambizzare i criminali “comuni”, colpevoli di insidiare la causa patriottica con reati infamanti come spaccio di droga, furti e piccole rapine (vedasi esempio nelle prime scene del capolavoro del 1993 “Nel nome del padre”, con Daniel Day-Lewis).
Il prossimo giugno l’uragano irlandese arriva in Italia con un tour di 4 date per promuovere il terzo album Fenian, e i fan italiani non vedono l’ora di sudare e saltare e sfogarsi con loro. Le opinioni di chi ha assistito a una loro performance in passato fanno ben sperare quanto a qualità della produzione, potenza del suono e rapporto con il pubblico; meno entusiasti politici e amministratori locali. Si parte dal Magnolia di Segrate il 15 giugno, poi Bologna, Roma e Bari, un generoso nord-sud preceduto da un tam-tam mediatico difficile da ignorare.
I Kneecap, infatti, hanno davvero la capacità di dare fastidio per le loro posizioni radicali, volutamente provocatrici nei confronti dell’establishment politico. A maggio 2025 il governo del Regno Unito ha accusato Mo Chara di terrorismo; il rapper avrebbe sventolato sul palco una bandiera di Hezbollah, ma lui si difende dicendo che l’avrebbe semplicemente raccolta da terra. L’accusa è stata ritirata lo scorso settembre ma ripresentata solo pochi giorni fa; intanto ne è seguito l’annullamento di una scia di concerti, tra cui l’intero tour USA 2025 e varie date in Europa. Forse ha influito il fatto di aver gridato da un palco “Kill your local MP!”.
Il punto è che i Kneecap sono soltanto uno specchio del rumore ben più caotico e assordante prodotto dai tempi in cui viviamo. Delle bombe, dei razzi, dei proclami gridati a gran voce e smentiti il giorno dopo, delle doppie misure giuridiche. Nei testi e nell’atteggiamento verso qualsiasi tipo di autorità, i tre sono come quei piccoli criminali che l’IRA era solito gambizzare con il kneecapping, eppure scelgono di chiamarsi proprio così. Criticano apertamente le forze rivoluzionarie tradizionali, pur condividendone alcuni principi, e non hanno mezzi termini per il governo ufficiale (“Fuck Starmer!” cit.). I paramilitari repubblicani vogliono epurarli, il governo vuole censurarli. Sono “low-life scum”, sono punk, e noi non vediamo l’ora di incontrarli.
Valeria Iubatti

