L’alieno dal cappello rosso

Come Prince trasformò l’omaggio a George Harrison in un rituale cosmico

29 Marzo 2004. La “Rock & Roll Hall of Fame” dedica un nuovo riconoscimento a George Harrison come solista, dopo averlo precedentemente inserito nella prestigiosa lista come membro dei Beatles.
Il discorso di “induction” è affidato a Tom Petty e Jeff Lynne, suoi compari nel supergruppo dei “Traveling Wilburys”, il premio ritirato dalla moglie Olivia ed il figlio Dhani Harrison.

Tante le emozioni ricordando George e come non fosse mai stato realmente interessato ad intraprendere una carriera solista; gli piaceva semplicemente fare musica con i suoi amici.

E saranno proprio questi amici, Petty, Lynne insieme a Steve Winwood ed il figlio di Harrison, a regalare un tributo di rara eleganza con “While My Guitar Gently Wheeps”.

Chitarra in mano per tutti per una performance di estrema eleganza e compostezza: Petty solido capitano insieme a Lynne che si alternano alla voce, Dhani visibilmente emozionato si dedica ai “back vocals” e Winwood con la sua Stratocaster, ricama assoli brevi ma intensi, come un vecchio artigiano del soul traghettandoci fra le parti cantate con delicatezza e precisione.

Osservando il palco con attenzione, si nota qualcosa di strano.
I quattro protagonisti sono ben illuminati, centrali, dominanti, ma sulla destra, completamente in ombra, c’è un altro tizio. Anche lui chitarra in mano. Lo si intravede in poche inquadrature fugaci: accompagna, segue, resta ai margini.
I meno attenti penseranno sia un chitarrista della house band. Un gregario.

Fino a quando, a metà dell’esibizione, la luce lo raggiunge, appare nell’inquadratura per pochi secondi, ma non ci sono dubbi:
quel tizio in ombra, con il cappello rosso, E’ PRINCE!
Si, proprio quel Prince, è sul palco che “accompagna” Petty, Lynne, Winwood ed il figlio di Harrison.

Ma che cazzo ci fa Prince li?
Per i più, Prince è noto per la sua importanza nel mondo del POP che, per carità, come (quasi) tutto sarà a sua volta influenzato dai Beatles… ma con loro cosa c’entra?
Di sicuro il nostro “Purple One” era un grande fan di George e dei Beatles.
Quella sera all’ultimo minuto comunicarono ai quattro che sarebbe salito con loro sul palco e questo creo un pò di tensione, soprattutto in Dhani.
Durante il soundcheck Prince fu molto timido, si teneva in disparte.
Dhani era l’unico a parlargli ed era preoccupato che Prince, durante l’esibizione, non sarebbe stato così “misurato” e che potesse lanciarsi in un potente assolo.
Cercò di avvertire Petty che, serafico, rispose: “vabbè, sarà fantastico, qualunque cosa farà sarà fantastica. È Prince, quindi non lo fermeremo”.
Ed andò esattamente così.

Per i primi tre minuti e mezzo, sul palco ci sono solo quattro persone… quando dal buio, Prince spunta come una colomba bianca e libera ed inizia un solo di oltre tre minuti.
Tre minuti in cui la sua chitarra non “piange dolcemente”, ma esplode di gioia.
Con il suo stile inconfondibile, cappello e camicia rossa aperta sul petto stile “Tony Manero”, completo scuro, elegantissimo, si abbandona ad un’estasi quasi mistica.
Il suo sguardo è eloquente: non è più su quel palco, ma altrove.
È solo con quell’oggetto che tratta con una sapienza e maestria, che forse molti ancora non gli riconoscevano.
Pochi mesi prima Rolling Stone aveva pubblicato la lista dei migliori 100 chitarristi, lasciandolo fuori completamente. E molto probabilmente quella sera Prince voleva far sapere al mondo che era stato uno sbaglio.
Voglia di riscatto?
Il piacere di suonare per George che tanto ammirava?
Un mix di tutto questo?
Poco importa, perché quello che stava accadendo era semplicemente epico.

Con quella telecaster “Hohner” che sembra un pezzo da museo, partono frasi musicali che non sembrano eseguite da un essere umano in tre dimensioni.
Tradito solo dalle sue smorfie di piacere e sguardi verso la band, consuma quello che potremmo definire un amplesso con la sua amata.
Timido, poi audace, poi completamente fuori controllo… fino all’assolo finale, quando si sporge all’indietro nelle braccia del roadie, come se la chitarra lo stesse trascinando verso un’altra dimensione.
Le movenze su quelle corde sono da togliere il fiato, il trasporto che mette ci arriva forte, completo, senza filtri.
Fino a sublimare nel finale in cui Prince lancia letteralmente la chitarra in aria. Non si vede dove va a finire.
Scompare. Come un trucco di prestigio.
Ed insieme a lei, lui fa altrettanto: esce di lato da dove era apparso lasciando tutti li, Dhani Harrison compreso che sorride come un bimbo che ha appena visto un drago volante.

Lì è nato uno dei momenti più iconici della storia del rock moderno: la dimostrazione che Prince, pur venendo da un’altra galassia sonora, era fatto della stessa materia dei titani del rock.
Forse di un materiale addirittura più instabile.

Quell’ometto di un metro e sessanta scarsi aveva appena preso “While My Guitar Gently Weeps” e l’aveva trasformata in un rituale voodoo in diretta mondiale.
La discrepanza con l’assenza nella classifica di Rolling Stone era così evidente che molti critici scrissero articoli indignati nei mesi successivi:

“How can you watch the Harrison tribute and still not rank Prince?”

È sempre stato così con Prince:
troppo pop per i puristi rock,
troppo funk per i puristi blues,
troppo virtuoso per sembrare spontaneo,
troppo spontaneo per sembrare virtuoso.
Prince era semplicemente troppo.

Un alieno che sfuggiva ai confini di genere, quei confini che, si sa, fanno tanto comodo alle classifiche.
Quando Rolling Stone aggiornerà la lista nel 2023, finalmente lo includerà.
Ma il sapore resta quello di un riconoscimento tardivo, un po’ come assegnare un Oscar postumo.
Ma tutto sommato cosa importa, alla fine Prince si è sempre mosso come se le classifiche fossero un oggetto folkloristico ad uso e consumo di una tribù di esseri meno evoluti.

 Roberto Iachizzi

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Alberto Pani

Blogger

Cresciuto ai piedi delle ridenti colline del Monferrato, tra muri di nebbia sei mesi l’ anno, zanzare incazzate nei sei mesi successivi e bocce di vino rosso sempre e comunque per stemperare il disagio così accumulato.

Chitarrista fuori forma.

Fermamente convinto che 8 volte su 10 le cose si risolvano da sole.

Punto debole: la meteoropatia