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Approfondimenti

Never mind the bullocks: i Sex Pistols, il loro impatto e come distrussero tutto. Un Piccolo viaggio nella genesi di un fenomeno sociale

diMaurizio Salerno15 min di lettura

Nell’autunno del 1977, la Gran Bretagna si trovò a gestire un problema con quattro ragazzi londinesi. 

Non erano soltanto le parolacce, i vestiti strappati o le provocazioni in televisione. Era il fatto che quei ragazzi sembrassero non riconoscere nessuna autorità, né musicale né sociale, e che, soprattutto, una buona parte crescente della società fosse disposta ad ascoltarli.

Il 28 ottobre usciva nel Regno UnitoNever Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols, l’unico album in studio dei Sex Pistols. Un disco ruvido, diretto, costruito su chitarre aggressive e canzoni che non sembravano avere alcuna intenzione di chiedere il permesso a qualcuno. Ma ridurre tutto a una questione di volume, velocità e rabbia sarebbe un errore. Il rumore prodotto da Johnny Rotten e soci non rimase confinato agli amplificatori: arrivò nelle case, sui giornali, nei negozi di dischi e nei palazzi del potere.

E mise in circolazione un’idea tanto semplice quanto sovversiva, forse la vera accezione del terminepunk. Un’idea destinata a sopravvivere alla band stessa: non serve aspettare che qualcuno ti dia il permesso di cominciare.

La Gran Bretagna non era pronta. O forse sì.

Per capire la portata diNever Mind the Bollocksbisogna tornare alla Gran Bretagna della seconda metà degli anni Settanta. Il Paese attraversava una fase difficile, segnata da crisi economica, conflitti sindacali, disoccupazione e un diffuso senso di incertezza. Per molti giovani, le promesse di benessere e di progresso sembravano appartenere a un mondo dal quale erano rimasti esclusi.

Nel frattempo, una parte del rock si era trasformata in una macchina sempre più sofisticata. Grandi produzioni, musicisti virtuosi, concerti monumentali e album che richiedevano ascolti attenti e una certa disponibilità di tempo. Il progressive aveva portato il rock verso territori musicalmente ambiziosi, mentre l’industria discografica continuava a costruire star e a vendere sogni profondamente scollati dalla realtà.

Non era tutto così semplice, naturalmente. Il rock non era diventato improvvisamente vecchio e il pubblico non aspettava in massa qualcuno che lo distruggesse. Ma per una parte dei ragazzi britannici quel mondo appariva distante, quasi irraggiungibile.

I Sex Pistols arrivarono a rovesciare il tavolo e tutto quello che c’era sopra di esso.

Il gruppo si formò a Londra nel 1975 attorno a quattro musicisti: Johnny Rotten alla voce, Steve Jones alla chitarra, Paul Cook alla batteria e Glen Matlock al basso. A guidarne l’immagine e le provocazioni contribuì il manager Malcolm McLaren, figura centrale nella costruzione del fenomeno Pistols, insieme alla stilista Vivienne Westwood e all’ambiente del negozio londinese SEX.

McLaren non era semplicemente un manager alla ricerca di un contratto discografico. Aveva una visione, un gusto per la provocazione e una certa capacità di capire come trasformare un gruppo di ragazzi in qualcosa di cui tutti avrebbero parlato. Westwood dal canto suo contribuì a costruire un’estetica che non voleva essere rassicurante: abiti strappati, spille, slogan e provocazioni visive. Il negozio SEX, al numero 430 di King’s Road, diventò uno dei luoghi simbolo di quell’ambiente.

La storia, però, non si spiega soltanto con un manager capace di attirare l’attenzione. I Pistols avevano canzoni, una presenza scenica aggressiva e un cantante che sembrava sputare le parole più che cantarle. Avevano soprattutto un modo di stare al mondo che rifiutava le buone maniere e le regole non scritte dello spettacolo.

La provocazione era parte del progetto. Ma il progetto funzionava perché dietro le provocazioni c’era anche una band in grado di trasformare il malcontento in musica.

Un ruolo importante lo ebbe anche Jamie Reid, artista e grafico che McLaren coinvolse per dare un’identità visiva al gruppo. Reid era interessato alle avanguardie artistiche e politiche, in particolare al Situazionismo, movimento che aveva contestato la società dei consumi e il modo in cui immagini e pubblicità condizionavano la vita quotidiana.

Il suo stile sembrava fatto apposta per i Sex Pistols: lettere ritagliate da giornali, caratteri differenti accostati senza eleganza, immagini manipolate e slogan che ricordavano i messaggi anonimi delle richieste di riscatto. Una grafica apparentemente rudimentale, ma capace di farsi riconoscere all’istante. Invece di cercare una bella immagine patinata, Reid trasformava il collage e il disordine in una dichiarazione di guerra al buon gusto.

La copertina del singoloGod Save the Queen, con il volto di Elisabetta II alterato da strisce di testo, è diventata una delle immagini simbolo del punk britannico. Il suo impatto dimostra quanto la rivoluzione dei Pistols passasse anche dagli occhi: la musica, l’abbigliamento, le copertine e i manifesti facevano parte dello stesso linguaggio.

E c’era un altro elemento destinato a fare la differenza: il loro esempio avrebbe contagiato persone che non si limitavano ad ascoltare. Ragazzi che avrebbero cominciato a suonare, organizzare concerti, stampare fanzine e costruire una scena musicale propria. Il punk non sarebbe rimasto una questione londinese, e i Sex Pistols sarebbero diventati uno dei principali detonatori di questa trasformazione.

Prima ancora dell’album, era già successo di tutto

Quando arrivòNever Mind the Bollocks, i Sex Pistols erano già diventati un caso nazionale.

Anarchy in the U.K., pubblicata nel novembre 1976, aveva presentato al pubblico una band che non cercava di rendersi simpatica. Il brano era una dichiarazione d’intenti, con un testo che giocava con il linguaggio della rivolta e una musica costruita per colpire senza troppi giri di parole.

Il gruppo, però, non conquistò immediatamente il Paese. Le prime esibizioni erano spesso davanti a un pubblico ristretto, in locali dove si incontravano musicisti, appassionati e curiosi. Ma qualcosa stava succedendo. Nel 1976 i Sex Pistols cominciarono a incrociare una nuova generazione di gruppi, dai Clash ai Buzzcocks, fino a Siouxsie and the Banshees. Per alcuni fu una folgorazione, per altri una sfida: il rock stava cambiando e bisognava capire da che parte stare.

Poi arrivòGod Save the Queen.

Pubblicata nel maggio 1977, durante l’anno del Giubileo d’argento di Elisabetta II, la canzone attaccava frontalmente la monarchia e l’immagine ufficiale della nazione. Il titolo era già una provocazione; il testo non lasciava molto spazio alle interpretazioni rassicuranti.

La risposta fu immediata. Il brano venne escluso da numerose emittenti e incontrò resistenze da parte dei rivenditori. Nonostante questo, raggiunse il secondo posto della classifica ufficiale britannica dei singoli. Il brano avrebbe potuto arrivare più in alto, ma non si hanno prove di questo presunto boicottaggio.

La band provò anche a esibirsi su una barca sul Tamigi durante le celebrazioni del Giubileo. L’intervento della polizia e l’arresto di McLaren contribuirono ad alimentare la vicenda.

Ma il vero salto di scala era arrivato qualche mese prima, con una comparsa televisiva che sarebbe entrata nella mitologia del punk. Il 1° dicembre 1976 i Sex Pistols parteciparono al programma pomeridianoToday, condotto da Bill Grundy, in sostituzione dei Queen, che avevano rinunciato all’apparizione.

Durante l’intervista, Grundy provocò il gruppo e si rivolse a Siouxsie Sioux, presente in studio, con un commento allusivo. Steve Jones reagì con insulti e parolacce in diretta nazionale. Johnny Rotten e gli altri contribuirono al caos, mentre il conduttore continuava a stuzzicarli. In pochi secondi, una trasmissione televisiva si trasformò in uno scandalo.

Il giorno dopo, i giornali britannici titolarono sul linguaggio osceno dei quattro ragazzi. La vicenda alimentò indignazione, richieste di spiegazioni e cancellazioni di concerti. Per molti spettatori fu la conferma che quei ragazzi rappresentassero tutto ciò che era sbagliato nella nuova generazione. Per altri, invece, fu la dimostrazione che si poteva sfidare l’autorità anche attraverso un’intervista televisiva.

Il paradosso è che i Sex Pistols non avevano bisogno di suonare una nota per conquistare le prime pagine. E proprio questo episodio mostra quanto la loro storia sia inseparabile dalla televisione, dai giornali e dalla capacità di trasformare uno scandalo in attenzione pubblica.

Il risultato era evidente: i Sex Pistols erano riusciti a trasformare una canzone in un problema politico e mediatico.

E a quel punto il disco non poteva più essere soltanto un disco. Doveva diventare il manifesto di tutto quello che la band aveva messo in moto.

Dodici canzoni, nessuna voglia di fare pace

Registrato ai Wessex Studios di Londra con il produttore Chris Thomas e il tecnico del suono Bill Price,Never Mind the Bollocksè un album molto più compatto e strutturato di quanto suggerisca la fama di band allo sbaraglio attribuita ai Pistols.

La chitarra di Steve Jones è il motore principale: suono massiccio, riff riconoscibili, accordi che avanzano come un muro. Paul Cook tiene insieme il tutto con una batteria solida, mentre la voce di Rotten si muove tra sarcasmo, disprezzo e rabbia. Non cerca la perfezione melodica e non ne ha bisogno. Il suo timbro è parte integrante del messaggio.

La produzione è potente e stratificata. Questo è un punto importante: il punk dei Sex Pistols non coincide con una registrazione necessariamente povera o improvvisata. L’album suona compatto, persino monumentale, pur mantenendo una forte urgenza.

La tracklist attraversa diversi bersagli.Holidays in the Sunracconta il senso di oppressione attraverso l’immagine di Berlino e del suo Muro.Bodiesaffronta il tema dell’aborto con una crudezza che ancora oggi può risultare disturbante.LiareProblemsmettono nel mirino ipocrisia, frustrazione e conformismo.EMIprende di mira proprio l’industria che avrebbe dovuto trasformare la band in un prodotto vendibile.

E poi ci sonoAnarchy in the U.K.,God Save the QueenePretty Vacant: tre brani diversi, ma uniti dalla capacità di trasformare slogan, atteggiamenti e idee in canzoni difficili da dimenticare.

La musica non è complessa nel senso tradizionale del termine. Non cerca virtuosismi, lunghe digressioni o dimostrazioni di tecnica. Ma semplicità non significa assenza di lavoro. Le canzoni sono costruite per arrivare dritte al punto, con riff efficaci, ritornelli immediati e una tensione che non si esaurisce dopo il primo ascolto.

E qui sta uno dei paradossi dei Sex Pistols: mentre dichiaravano guerra alle convenzioni del rock, riuscirono a realizzare un album con una produzione molto curata e una scrittura capace di reggere ben oltre il momento della provocazione.

Una precisazione su Sid Vicious

Nell’immaginario collettivo, il volto dei Sex Pistols è spesso quello di Sid Vicious, entrato nel gruppo nel febbraio 1977 al posto di Glen Matlock. La sua immagine — catene, sguardo torvo, atteggiamento autodistruttivo — è diventata una delle icone più riconoscibili del punk.

Ma Sid non suona il basso nell’album, nonostante le voci secondo cui potrebbe comparire in qualche passaggio diBodies. Le parti di basso furono affidate principalmente a Steve Jones; mentre Glen Matlock suona inAnarchy in the U.K.

È un dettaglio che aiuta a distinguere la storia musicale del disco dalla mitologia che gli è cresciuta intorno. Sid Vicious fu fondamentale per l’immagine pubblica della band, ma il suono diNever Mind the Bollocksè il risultato del lavoro di Jones, Cook, Matlock e Rotten, con il contributo determinante della produzione.

La parola che non si poteva scrivere

La provocazione non si fermò ai testi. Anche il titolo dell’album divenne una questione pubblica.

Nel linguaggio colloquiale britannico,bollocksè una parolaccia che può indicare i testicoli, ma viene usata anche per esprimere disprezzo o incredulità. Non esattamente il tipo di parola che ci si aspettava di trovare in bella vista sulla copertina di un disco destinato ai negozi di tutto il Regno Unito.

Alcuni rivenditori si rifiutarono di esporre l’album. A Nottingham, un negoziante venne perseguito per aver mostrato il titolo nella vetrina del suo negozio, in base alla normativa del 1889 sulle pubblicità indecenti. La difesa sostenne chebollockspoteva anche essere interpretato come un termine riferito ai religiosi, un uso storico della parola. Il tribunale assolse il negoziante.

La vicenda fu grottesca e rivelatrice allo stesso tempo. Un disco che parlava di rabbia, autorità e libertà di espressione finì per mettere in discussione persino il diritto di esporre una parola in una vetrina.

E mentre qualcuno discuteva se il titolo fosse sconveniente, l’album arrivava al primo posto della classifica britannica.

A quel punto la domanda era inevitabile: chi stava davvero facendo una figuraccia?

Il punk non era soltanto musica

Il merito storico dei Sex Pistols non sta nell’aver inventato da soli il punk. Prima di loro esistevano già band, scene e musicisti che avevano aperto quella strada, tanto negli Stati Uniti quanto nel Regno Unito. I Pistols, però, contribuirono in maniera decisiva a trasformare il punk britannico in un fenomeno nazionale e internazionale.

La loro influenza superò rapidamente i confini della musica.

Il punk propose un’estetica che rifiutava l’eleganza convenzionale: vestiti strappati, spille da balia, catene, slogan provocatori, tagli di capelli estremi. L’immagine non era un semplice accessorio. Era un modo per rendere visibile il rifiuto delle regole, per trasformare il corpo e l’abbigliamento in una dichiarazione pubblica.

In questo passaggio fu importante anche il lavoro di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren, che contribuirono a costruire un linguaggio visivo capace di dialogare con la musica. Ma il punk non rimase una collezione di capi firmati o un’operazione estetica confinata a Londra. Le sue idee vennero riprese, modificate e reinventate da ragazzi che vivevano lontano dai negozi di King’s Road, spesso con pochi soldi e pochissimi mezzi.

Il punk non si limitò a cambiare il modo di vestirsi. Cambiò anche il modo di immaginare una band. I Buzzcocks, formati a Manchester da Pete Shelley e Howard Devoto, furono tra quelli che videro nei Pistols la conferma che si poteva fare sul serio con il proprio gruppo. Joe Strummer lasciò i 101ers per unirsi ai Clash dopo aver incrociato quella nuova energia. Siouxsie Sioux e i Banshees, i Damned e molte altre formazioni contribuirono a costruire una scena che, nel giro di poco tempo, si diffuse ben oltre Londra.

È un dettaglio che aiuta a capire la natura di quel momento. I Pistols diventarono il volto più controverso del punk, ma la rivoluzione non fu opera di una sola band. Intorno a loro stava nascendo una rete di musicisti, locali, fanzine e pubblico che avrebbe dato al movimento una vita propria.

I concerti dei Sex Pistols non erano necessariamente un’esibizione perfetta. A volte erano un disastro, a volte una rissa, a volte un’esperienza che lasciava il pubblico incerto su cosa avesse appena visto. Ma proprio questa imprevedibilità rendeva evidente che qualcosa stava cambiando. Il rock poteva tornare a essere una cosa da fare, non soltanto da guardare.

È qui che il fenomeno diventa interessante: un movimento nato anche attraverso un’immagine studiata e provocatoria finì per alimentare una cultura che rivendicava autonomia, indipendenza e possibilità di fare da sé.

Non serviva avere un contratto discografico, una formazione musicale impeccabile o il beneplacito di un critico. Si poteva mettere insieme una band, suonare in un locale, organizzare un concerto, stampare un volantino, creare una fanzine. Non tutti ci riuscivano e non tutti i risultati erano memorabili, ma la porta si era aperta.

Questa idea avrebbe influenzato generazioni di musicisti, dal punk più radicale all’hardcore, dall’alternative rock fino a molte forme di musica indipendente. Non perché tutti dovessero suonare come i Sex Pistols, ma perché il loro esempio rendeva concepibile una strada diversa.

Anche il rapporto tra artista e industria cambiò. I Pistols firmarono con una grande etichetta, vennero prodotti con attenzione e raggiunsero il successo commerciale. La loro storia, quindi, non è quella di una band rimasta fuori dal sistema. È piuttosto quella di un gruppo che entrò nel sistema portandosi dietro un carico di contraddizioni, provocazioni e conflitti che l’industria non riuscì a controllare del tutto.

La vicenda discografica della band lo dimostra bene. Dopo aver firmato con la EMI, i Pistols vennero licenziati in seguito alle polemiche e alle pressioni generate dal loro comportamento pubblico. Passarono poi alla A&M, ma il rapporto durò pochissimo: la casa discografica rescisse il contratto dopo una serie di incidenti e tensioni. Infine arrivò la Virgin di Richard Branson, che pubblicòGod Save the Queene, più tardi, l’album. La band era diventata un caso così ingombrante che perfino le etichette discografiche faticavano a capire come gestirla.

Il punk poteva essere venduto, fotografato e trasformato in moda. Ma una volta diffusa, l’idea che chiunque potesse provare a fare musica non era più così facile da rimettere nella scatola.

Un disco più grande della sua band

La parabola dei Sex Pistols fu brevissima. Dopo un tour americano turbolento, la band si sciolse nel gennaio 1978. Il gruppo aveva pubblicato un solo album in studio e non sarebbe tornato a registrare un secondo disco con la formazione originale.

L’ultimo tour americano fu la fotografia di una band ormai vicina al punto di rottura. I rapporti interni erano deteriorati, Sid Vicious era sempre più coinvolto nella dipendenza dalle droghe e Johnny Rotten appariva sempre più distante dal personaggio costruito attorno al gruppo. Il 14 gennaio 1978, durante l’ultima data a San Francisco, Rotten salutò il pubblico con una domanda rimasta celebre: «Ever get the feeling you’ve been cheated?». «Avete mai avuto la sensazione di essere stati fregati?». Pochi giorni dopo, la band non esisteva più.

Nel tempo, il disco è stato celebrato, ristampato, discusso e trasformato in un oggetto canonico della storia del rock. La sua immagine è entrata nella cultura popolare, mentre le sue canzoni hanno continuato a circolare ben oltre la scena punk che le aveva generate.

Questo non significa che ogni provocazione dei Sex Pistols fosse rivoluzionaria, né che il punk abbia cancellato tutto quello che c’era prima. La storia è più complicata. La band fu anche il prodotto di un’epoca, di un ambiente artistico preciso e di una strategia mediatica che seppe sfruttare lo scandalo. Ma fermarsi a questo significherebbe ignorare ciò che accadde dopo.

McLaren aveva contribuito a costruire il fenomeno, ma la storia dei Pistols non può essere ridotta a una semplice operazione di marketing. La musica, i concerti e soprattutto la reazione di chi li vide dal vivo generarono conseguenze che nessun piano pubblicitario avrebbe potuto controllare fino in fondo. Molti dei gruppi che nacquero in quegli anni presero strade completamente diverse, musicalmente e politicamente. Il punk non ebbe un unico padrone e non rimase fedele a un solo manifesto.

Il punto non è stabilire se i Sex Pistols fossero musicisti migliori di quelli che contestavano. Il punto è che riuscirono a cambiare le domande.

Chi può fare rock? Quanto deve essere bravo un musicista per salire su un palco? Chi decide cosa è accettabile dire, suonare o indossare? E quanto può essere pericolosa una canzone quando smette di essere soltanto intrattenimento?

Quasi cinquant’anni dopo,Never Mind the Bollocksnon ha bisogno di essere trattato come una reliquia intoccabile. Basta rimetterlo sul piatto e ascoltarlo. Le chitarre arrivano ancora dritte, la voce di Rotten conserva la sua insolenza e certe canzoni non hanno perso la capacità di irritare.

Il mondo è cambiato, il punk è diventato anche una divisa e la ribellione è stata spesso trasformata in merce. Ma resta una lezione semplice, forse la più importante lasciata dai Sex Pistols: non sempre bisogna aspettare che qualcuno apra la porta.

A volte basta entrare facendo casino.

Alberto Pani

Blogger

Cresciuto ai piedi delle ridenti colline del Monferrato, tra muri di nebbia sei mesi l’ anno, zanzare incazzate nei sei mesi successivi e bocce di vino rosso sempre e comunque per stemperare il disagio così accumulato.

Chitarrista fuori forma.

Fermamente convinto che 8 volte su 10 le cose si risolvano da sole.

Punto debole: la meteoropatia