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Approfondimenti

Quando il racconto va oltre la musica: l’epopea di “Scenes from a Memory” e la rinascita dei Dream Theater

diMaurizio Salerno7 min di lettura
Album Cover

Alcuni dischi segnano un’epoca. Altri sono talmente ben riusciti da riscrivere le regole di un intero genere o, ancora meglio, da diventare “trasversali” e uscire dal genere stesso di riferimento, diventando così delle vere e proprie pietre miliari.

QuandoMetropolis Pt. 2: Scenes from a Memoryarrivò nei negozi il 26 ottobre 1999, i Dream Theater si trovavano davanti a una scelta: sottostare alle invasioni di campo, anche artistiche, e alle logiche commerciali perpetrate dalla casa discografica oppure reagire. Dopo i compromessi del precedente Falling Into Infinitydel 1997, posero un aut-aut preciso alla Elektra Records: pieno controllo creativo o scioglimento.

Fu un atto di hybris artistica per eccellenza: una sfida aperta e quasi sfrontata alle regole del mercato, dove l’ambizione viscerale del creatore supera qualsiasi calcolo di prudenza o limite imposto dall’alto.

Ma perché proprioMetropolis?

Nel 1992, all’interno del loro albumImages and Words, la band aveva inserito un brano intitolatoMetropolis Pt. 1: “The Miracle and the Sleeper”. Quel “Pt. 1” era nato quasi per gioco, un’ironica strizzata d’occhio ai cliché del prog rock, senza che ci fosse un reale piano per un seguito. Tuttavia, negli anni i fan non smisero mai di chiedere a gran voce una seconda parte. Durante le sessioni del 1996 perFalling Into Infinity, la band decise di accontentarli, componendo una suite strumentale di ben 21 minuti. Ma la Elektra oppose un netto rifiuto: un brano così lungo e complesso fu stralciato dalla scaletta perché ritenuto del tutto inapplicabile alle radio e al mercato dell’epoca. Quell’idea, rimasta congelata come una ferita aperta e custodita solo sotto forma di demo, tre anni dopo esplose: non più 21 minuti di brano, ma un intero concept album monumentale da 77 minuti.

Per ritrovare l’ispirazione e lavorare in totale libertà, i Dream Theater si isolarono e tornarono ai BearTracks Studios di Suffern (New York), lo stesso studio immerso nella natura dove era natoImages and Words. L’ingresso in pianta stabile del tastierista Jordan Rudess sbloccò una chimica compositiva strabiliante, ma a guidare l’immaginario dell’album fu soprattutto la visione di Mike Portnoy. Il batterista era rimasto profondamente colpito dal thriller psicologico del 1991Dead Again(uscito in Italia comeL’altro delitto), diretto e interpretato da Kenneth Branagh insieme a Emma Thompson, che aveva riguardato più volte, tornando continuamente sui suoi temi e sulle sue atmosfere. Affascinato dalla regressione ipnotica e dal delitto svelato attraverso i ricordi di una vita precedente, Portnoy trovò proprio in quella pellicola la scintilla narrativa decisiva per costruire la trama e spingere la band astrutturare l’album proprio come un film da ascoltare, alternando momenti di ipnosi, flashback d’epoca e scene di pura tensione sonora.

La trama: un thriller noir tra ipnosi e reincarnazione

Sulla scia del film di Branagh,Scenes from a Memorycostruisce un thriller psicologico e noir ambientato tra passato e presente. La storia segue Nicholas, un uomo tormentato da sogni e visioni ricche di dettagli d’epoca, che decide di sottoporsi alle sedute di un ipnoterapista. Sotto ipnosi, il protagonista scopre di essere la reincarnazione di Victoria Page, una giovane donna assassinata nel 1928 in circostanze mai chiarite.

Addentrandosi nel passato, Nicholas ricostruisce il tragico triangolo amoroso tra Victoria, il suo fidanzato Julian Baynes (un uomo logorato dalle dipendenze e dal gioco d’azzardo) e il fratello di quest’ultimo, il senatore Edward Baynes, figura ambigua che sedusse la ragazza sfruttandone la fragilità. Il colpo di scena finale — con la rivelazione del vero assassino e il tragico corto circuito nel presente — trasforma il disco in un racconto sulla circolarità del tempo e sul trauma irrisolto. La magia del lavoro sta nel fatto che la narrazione non si affida solo alle liriche: è la musica stessa a recitare le parti dei personaggi.

Un successo trasversale: perché ha conquistato anche chi non ascolta metal

Ci si è chiesti spesso come un disco così complesso sia riuscito a travalicare i confini del prog metal, diventando un classico amato da appassionati di rock classico, musica sinfonica, fusion e persino da chi di solito evita le sonorità pesanti. La risposta sta nella straordinaria fluidità drammaturgica dell’album.

Non ci troviamo di fronte a una fredda esibizione di tecnica o a una serie di assoli fine a se stessi. I Dream Theater hanno applicato una struttura quasi operistica e cinematografica: l’ascoltatore non percepisce la fatica dei tecnicismi perché viene costantemente catturato dal ritmo del racconto. Chi ama la musica classica o la fusion trova arrangiamenti complessi e incastri metrici da capogiro; chi ama il rock trova ganci melodici immediati; chi ama il cinema viene rapito da una trama ricca di suspense, arricchita da effetti d’ambiente realistici (il ticchettio dell’orologio, i passi sulla scala, il rumore del tuono, i vinili che girano a vuoto). È un album accessibile nell’emozione, pur essendo di una perizia esecutiva spaventosa.

L’architettura musicale: contaminazioni, leitmotiv e drammaturgia

La seconda parte dell’album rivela appieno l’eclettismo sonoro della band. La tecnica non è esibizionismo, ma uno strumento per tradurre in suono gli stati d’animo dei protagonisti. L’album è intessuto dileitmotiv: temi melodici e ritmici che compaiono nei primi brani, spariscono e poi riaffiorano decine di minuti più tardi, trasfigurati nella velocità, nella tonalità o negli strumenti, per segnalare il ritorno di un ricordo o il cambio di prospettiva tra i personaggi.

L’impatto metal e la complessità metrica toccano il vertice con l’accoppiata strumentale Overture 1928e The Dance of Eternity. Quest’ultima, con i suoi continui cambi di tempo in poco più di sei minuti, non è un mero esercizio di stile, ma la rappresentazione acustica del caos mentale e della trance ipnotica. Allo stesso tempo, l’album rifiuta qualsiasi rigidità di genere: Fatal Tragedyscivola nel prog classico più oscuro; Beyond This Lifeattinge all’heavy metal più serrato; la monumentale Homesi tinge di sonorità mediorientali, piane e sinuose, per evocare la tentazione, la lussuria e l’atmosfera squallida dei casinò clandestini.

Nei momenti più intimi, la band dimostra un lirismo toccante: Through Her Eyese la solenne The Spirit Carries Onsi aprono a influssi gospel e ballate di stampo quasi teatrale, guidate dalla voce espressiva di James LaBrie e impreziosite da cori corali e assoli di chitarra carichi di pathos, prima che la traccia conclusiva Finally Freefaccia calare il sipario con un finale mozzafiato.

L’eredità di un gigante

A distanza di oltre un quarto di secolo dalla sua pubblicazione,Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memoryresta uno dei lavori più rappresentativi della carriera dei Dream Theater e un punto di riferimento per chi ama il progressive metal. In un’epoca segnata dall’ascolto frammentato e dai singoli da playlist, riascoltare questo disco significa riscoprire il valore di un’opera musicale pensata per essere seguita dall’inizio alla fine, nella quale ogni brano contribuisce a costruire un’esperienza più ampia.

I Dream Theater non hanno solo dimostrato quanto il metal potesse spingersi verso strutture articolate, arrangiamenti complessi e atmosfere cinematografiche. Hanno costruito un disco capace di tenere insieme virtuosismo, melodia e narrazione, senza rinunciare all’impatto del rock e del metal. È proprio questa varietà a renderlo interessante anche per ascoltatori che arrivano da mondi musicali diversi: non serve necessariamente amare ogni sfumatura del progressive per lasciarsi coinvolgere da una storia ben raccontata, da una melodia che rimane in testa o da un passaggio strumentale che sorprende.

Scenes from a Memoryè un album che chiede attenzione, ma sa anche ripagarla. Più si entra nel suo mondo, più i temi musicali, le atmosfere e i personaggi acquistano significato. E quando il disco finisce, resta la sensazione di aver attraversato qualcosa che va oltre la semplice successione di canzoni: un viaggio sonoro in cui la grande tecnica incontra una narrazione capace di andare oltre le note.

Alberto Pani

Blogger

Cresciuto ai piedi delle ridenti colline del Monferrato, tra muri di nebbia sei mesi l’ anno, zanzare incazzate nei sei mesi successivi e bocce di vino rosso sempre e comunque per stemperare il disagio così accumulato.

Chitarrista fuori forma.

Fermamente convinto che 8 volte su 10 le cose si risolvano da sole.

Punto debole: la meteoropatia