Cronache di una batterista rock al concerto techno di Charlotte de Witte
La prima cosa che senti non è un suono. È una pressione. Qualcosa che ti arriva prima…
La prima cosa che senti non è un suono. È una pressione. Qualcosa che ti arriva prima ancora che il cervello abbia il tempo di catalogarla, di metterle un’etichetta, di decidere se ti piace o no. È fisica, primitiva, pre-verbale. È la kick drum di Charlotte de Witte che rimbalza tra i palazzi di Piazza Matteotti, e tu sei lì in mezzo, sotto un cielo di aprile ancora incerto se essere notte o sera, con ventimila persone intorno che sembrano aspettare qualcosa che non sanno ancora nominare.
Quella cassa nello sterno che piano piano si propaga, e ti porta in un continuum spazio-tempo.
Ma partiamo dall’inizio, e andiamo per gradi.
Quando mi hanno detto “Charlotte de Witte suona gratis in centro a Genova”, la mia prima reazione è stata un misto di curiosità e diffidenza. Sono una batterista che suona il rock, il funk e il jazz. Tuttavia, studiare alla Yamaha Music School non mi ha resa una neofita della musica elettronica. Passo abbastanza tempo a Berlino da sapere che differenza c’è tra la techno fatta bene e quella fatta male, e vi assicuro che il confine è netto come quello tra un Bonham groove e un batterista di matrimoni che suona We Will Rock Youcol metronomo nella scarpa. Ho sentito troppa roba che si spaccia per techno mentre è solo quattro in quattro imbottita di caffeina. Quindi no, il nome non mi bastava. I nomi grandi, nel mondo della musica, a volte sono solo nomi grandi.
Alla fine, ho deciso di andare, perché su di me la curiosità vince sempre sulla diffidenza. È il motivo per cui ho la casa stracolma di vinili e mi ritrovo ad avere ben poco spazio calpestabile.
Piazza Matteotti quella sera era una creatura strana. Genova aveva preso la sua piazza più istituzionale, quella coi palazzi austeri che ti guardano dall’alto come professori delusi, e l’aveva trasformata in qualcos’altro. La gente arrivava a ondate: i clubber col cappuccio calato, le famiglie col bambino in passeggino (scelta coraggiosa, rispetto), i turisti col telefono già alzato in posizione da documentario, i seguaci di Charlotte, chi aveva voglia di stare in mezzo a un sacco di gente e basta, coppie di vecchi sposati, e ragazzini che non sapevano bene il “chi, cosa, quando”, ma erano lì lo stesso. Genova è fatta così: un mondo variegato che ti sorprende sempre quando meno te lo aspetti.
Ed ecco che nel mezzo delle mie lucubrazioni antropologiche arriva lei, Charlotte. E con lei, il suo sound..

Tra i brani suonati, non poteva mancareDoppler, con la sua sirena — un synth tagliente, urgente, che sale e scende come un allarme che non sa ancora cosa sta segnalando — sopra un kick drum che non concede nulla. Non c’è melodia nel senso romantico del termine. Non c’è strofa, non c’è ritornello, non c’è il momento in cui il cantante ti guarda negli occhi e ti dice cosa provare. C’è solo struttura. C’è solo ritmo. Solo pressione.
Il titolo del pezzo dà il via a una metafora immediata, che un po’ si merita il commento di Miranda Priestly: “Fiori a primavera? Avanguardia pura!”. Ma io la faccio lo stesso,e sticazzi.
L’effetto Doppler, il cambiamento di frequenza percepita di un’onda quando la sorgente si avvicina o si allontana dall’osservatore. È il modo in cui la realtà cambia tonalità a seconda di dove ti trovi rispetto a ciò che si muove. Esattamente come la techno in quanto genere musicale e la stragrande maggioranza della gente (scettica) presente a quel concerto, che di techno poco sapevano e che altrettanto poco stimavano.
Il primo parametro con cui valuto qualsiasi prodotto musicale — prima ancora di genere, emozione, o messaggio — è strutturale. Come funziona? Su cosa regge? Cosa succede se tolgo un elemento? Nella techno, come nel rock più essenziale, la risposta a quest’ultima domanda è sempre la stessa: crolla tutto, o quasi. Perché in entrambi i generi, quando fatti sul serio, ogni elemento è lì per una ragione precisa e non c’è niente di decorativo.
La kick drum nella techno non accompagna. Comanda. È la colonna vertebrale, il tempo, la legge. Esattamente come una gran cassa nel rock che sa quello che fa — pensate a John Bonham in When the Levee Breaks, quella slavina di legno e pelle registrata in una tromba delle scale a Headley Grange, o a Dave Grohl inIn Bloom che suona come se stesse cercando di sfondare il palco dall’interno. Non è sottofondo. È l’argomento principale.
Questa è la prima cosa che i rockettari doc faticano ad accettare della techno: che quella cassa ossessiva e ripetitiva non sia pigrizia compositiva, ma dichiarazione d’intenti. È ipnosi controllata. È lo stesso principio per cui Superstitiondi Stevie Wonder funziona anche dopo averla sentita quattrocento volte — quel riff di clavinet che gira su se stesso non è un loop per mancanza di fantasia, è un amo. Ti aggancia e non ti lascia andare.
Il rock ha inventato molte cose, ma una in particolare che spesso si dimentica di rivendicare: l’idea che il volume sia uno strumento.
Non il volume come indicatore di potenza, ma come elemento compositivo. Come quarta dimensione del suono. I My Bloody Valentine che con Loveless costruivano muri di chitarra così densi da diventare texture, quasi architettura. I Velvet Underground che con Sister Ray tenevano un drone di diciassette minuti che era meno una canzone e più un’esperienza. Il noise come forma. Il feedback come voce.
La techno — la techno seria, quella di Detroit, quella di Berlino, quella di Charlotte de Witte — ha preso questa lezione e l’ha applicata con la stessa radicalità. In Piazza Matteotti quella sera, il suono non usciva dalle casse: abitava la piazza. Ti circondava, ti penetrava, cambiava la percezione dello spazio. Le persone intorno a me non stavano ascoltando la musica. Ci stavano dentro.
Questa non è roba da cuffiette sul divano. Esattamente come il rock non è roba da cuffiette sul divano. E non è un caso.

Facciamo un piccolo salto nel tempo, per contestualizzare.
Siamo alla fine degli anni Ottanta. Detroit, Michigan. Una città che sta perdendo colpi dopo il crollo dell’industria automobilistica, con quartieri che tornano alla natura mentre il tessuto sociale si sgrana. In questo contesto nascono Juan Atkins, Derrick May, Kevin Saunderson — i tre pionieri che inventano letteralmente la techno come genere. E loro cosa ascoltavano? Kraftwerk, sì. Ma anche funk, soul, i Suicide — un duo newyorchese di protopunk sintetico così avanti per i tempi da risultare tuttora disturbante. Ascoltavano il rock industriale, i Throbbing Gristle, quella roba inglese tagliente e meccanica che veniva dagli stessi anni del punk ma andava in una direzione ancora più radicale.
Derrick May ha detto una cosa che è rimasta nella storia: “la techno è come George Clinton e i Kraftwerk bloccati in un ascensore”.
La techno non è nata su Marte. È nata dalla stessa urgenza che ha generato il punk — il bisogno di rompere qualcosa, di fare musica che costi fisicamente, di usare la semplicità come arma invece che come scusa. L’accordo di tre note del punk ha il suo equivalente nel pattern a quattro quarti della techno. La distorsione della chitarra ha il suo equivalente nel saturatore sul kick drum. L’attitudine è la stessa: meno orpelli, più impatto. Meno abbellimenti, più verità.
Charlotte de Witte, nello specifico, è una di quelle figure che dentro la techno sta dalla parte del punk. Non fa concessioni. I suoi set sono costruiti come pareti — non nel senso di qualcosa che blocca, ma nel senso di qualcosa che regge. Belga di nascita, berlinese nell’anima, ha una gestione della tensione che è quasi cinematografica: sa quando stringere e quando non allentare mai davvero. Non ti dà il drop catartico che stai aspettando. Ti mantiene in uno stato di attesa che a un certo punto smette di essere frustrante e diventa la sensazione stessa che stai cercando.
Ho guardato le mani di un cinquantenne vicino a me mentre la sua mano teneva inconsapevolmente il tempo sulla sua coscia. Ho poi allargato lo sguardo e mi sono accorta che non c’era un’anima in quella piazza, e oltre, che non stesse suonando con Charlotte.

C’è un momento nei concerti rock — quelli veri, quelli che ti rimangono addosso per settimane — in cui smetti di essere pubblico e diventi parte di qualcosa di collettivo. Non è un’esperienza individuale che avviene simultaneamente in mille persone diverse. È una cosa sola, che contiene mille persone. È la differenza tra guardare il mare e tuffarcisi dentro.
Quella sera, in Piazza Matteotti, a un certo punto è successa la stessa cosa. La gente ha semplicemente smesso di pensare, di analizzare, di giudicare. E ci siamo ritrovati tutti insieme, dentro quel mare di techno.
Non so dirvelo con più precisione di così. Ma chi c’era sa di cosa parlo.
Finito il concerto, ho camminato per icaruggi genovesi: stretti, antichi, labirintici. E pensavo a quella frase che Derrick May ha detto su George Clinton e i Kraftwerk. Pensavo alle mani di quel signore che suonava felice senza saperlo. E pensavo a come siamo bravi, noi esseri umani, a costruire steccati immaginari che ci impediscono di cogliere il diverso, l’altro– ciò che non siamo abituati a vedere e che etichettiamo pensando di conoscerlo.
Il rock e la techno si guardano come due vicini di pianerottolo che non si sono mai presentati, convinti di non avere niente in comune, mentre in realtà comprano lo stesso pane e bevono la stessa birra.
Quella cassa nel petto, quella sera, era la stessa di sempre. Solo che per una volta non veniva da una batteria. Veniva dalla console di Charlotte de Witte, e dalla lezione che quella sera ha impartito a ventimila persone – pischelli, millennial e boomer inclusi. E che ancora riecheggia.
Beatrice Bassani







