La grande nostalgia: reunion, revival e memoria da millennial
Il 2025 è stato segnato dalla reunion live degli Oasis che, fin dal primo annuncio e dalla…
Il 2025 è stato segnato dalla reunion live degli Oasis che, fin dal primo annuncio e dalla psicosi per l’acquisto dei biglietti, ha avuto l’effetto di un detonatore. Nel giro di poche ore, le prevendite sono evaporate, le playlist anni ’90 sono tornate tra i suggerimenti di Spotify e milioni di persone hanno ricominciato a discutere di setlist, rivalità fraterne e di quell’era incastonata nei ricordi in cui “Wonderwall” sembrava appartenere a tutti. Più che un ritorno, è sembrato un riavvolgimento collettivo del tempo.
Non si tratta però di un episodio isolato. Negli ultimi anni la cultura pop ha iniziato a guardarsi allo specchio con una frequenza sempre maggiore. Reunion tour, ristampe celebrative, revival estetici: il passato più o meno recente – quello degli anni Novanta e dei primi Duemila – è diventato improvvisamente il terreno più fertile dell’immaginario contemporaneo. E per una generazione cresciuta tra MTV, forum musicali e prime connessioni internet, il richiamo della nostalgia è diventato quasi impossibile da ignorare, quasi necessario, naturale, come se non si aspettasse altro.
Del resto, gli Oasis sono solo la punta dell’iceberg. Negli ultimi anni abbiamo visto tornare sulle scene band che sembravano ormai archiviate nella memoria collettiva, dai Blur ai Pulp (di cui abbiamo parlato in un altro articolo), per rimanere sul terreno brit. Senza dimenticare scelte simboliche e adeguatamente paracule, come quella di Robbie Williams, che ha cavalcato il momento con un album dal titolo “Britpop” e una copertina che celebra una delle sue immagini più iconiche: festival di Glastonbury del ’95, felpa della tuta rossa, capelli ossigenati alla Sick Boy di Trainspotting e sguardo cafone, la quintessenza degli anni ’90 inglesi. Non si tratta semplicemente di un revival musicale: è la sensazione diffusa che un certo periodo della cultura pop – quello che ha accompagnato l’adolescenza di molti millennial – sia diventato improvvisamente un territorio da riconquistare.

Ma la nostalgia non sta riscrivendo solo le scalette dei festival. Sta tornando anche negli immaginari che hanno accompagnato l’adolescenza di una generazione intera. Lo si è visto con sorprendente chiarezza alla notizia della morte di James Van Der Beek, per tutti quelli nati negli anni ’80 semplicemente “Dawson“: nel giro di poche ore, la rete si è riempita di ricordi, clip, citazioni, fotografie di un’epoca televisiva che sembrava archiviata da tempo. Per chi era adolescente quando “Dawson’s Creek” andava in onda su Italia 1, Dawson Leery non era solo un personaggio televisivo. Era parte di un paesaggio emotivo condiviso, una di quelle figure attraverso cui una generazione imparava a raccontare inquietudini, amicizie, primi amori e la sensazione – a volte un po’ melodrammatica, ma sincerissima – che ogni sentimento fosse definitivo. Erano i pomeriggi dopo la scuola, prima, e i dopocena, poi – quando la prima serata era alle 20.30 – davanti alla TV: non esisteva binge watching, ma si aspettava con ansia di vedere uno o due episodi alla settimana, e il giorno dopo non si commentava la puntata sotto ai post Instagram, ma all’entrata o all’uscita da scuola. Questi personaggi erano vero patrimonio collettivo, ed erano condivisi, molto di più di quanto lo siano quelli delle nuove serie TV che ora vanno in hype sulle piattaforme, tra algoritmi, like e repost.
E non è un caso che proprio quelle storie e quei personaggi tornino oggi sotto ai riflettori. Insieme a Dawson’s Creek, serie come “The O.C.” o “Gossip Girl” hanno costruito un vero e proprio lessico emotivo millennial: quei personaggi sono diventati archetipi generazionali, figure attraverso cui milioni di spettatori hanno imparato a dare un nome ai propri entusiasmi e alle prime delusioni dell’età adulta che stava arrivando. Per questo, a distanza di un paio di decadi, quegli stessi spettatori impazziscono nel vedere reboot: un esempio lampante è stata la recente serie Netflix “Nobody Wants This“, che ha riportato sullo stesso set gli attori che nei primi anni 2000 hanno dato volto a Seth Cohen (The O.C.), Veronica Mars (Veronica Mars) e Blair Waldorf (Gossip Girl), con un crossover che ha mandato in cortocircuito i cuori millennial.

Non è difficile capire perché musica e serie televisive condividano lo stesso meccanismo nostalgico: entrambe funzionano come archivi emotivi. Le canzoni e i personaggi che ci accompagnano durante l’adolescenza – o in quell’età in cui non si è ancora così giovani da essere teen, ma nemmeno così grandi da essere adulti – finiscono per diventare coordinate della memoria, punti fermi a cui torniamo quando, tra lavoro e bollette da pagare, proviamo a ricordarci da dove veniamo.
I millennial, infatti, hanno superato i trent’anni, molto spesso i quaranta. Hanno un potere d’acquisto, una presenza culturale e un peso mediatico che inevitabilmente influenzano l’industria culturale: in altre parole, sono diventati il pubblico dominante. E quando una generazione raggiunge questo punto, succede qualcosa di prevedibile: inizia a riportare in superficie i simboli della propria formazione.
In fondo, non è un fenomeno nuovo. Negli anni Novanta la generazione precedente aveva già riscoperto il rock classico degli anni Settanta, trasformando band storiche in monumenti da stadio. Oggi assistiamo a un passaggio simile, ma accelerato dalla velocità dell’ecosistema digitale: la memoria culturale si ripresenta continuamente sotto forma di playlist, meme, revival estetici e anniversari celebrativi.
Il critico musicale Simon Reynolds ha scritto di questo processo, definendolo “retromania”: la tendenza della cultura contemporanea a rivolgersi costantemente al proprio passato. Non necessariamente per mancanza di idee, ma perché il passato offre un terreno emotivo familiare, condiviso, immediatamente riconoscibile.
In un panorama culturale frammentato e dominato dagli algoritmi, ciò che è già noto ha un vantaggio evidente: mette d’accordo moltitudini di persone. Per questo, i concerti degli Oasis della scorsa estate sono stati più di semplici concerti: sono stati rituali in cui una generazione (spesso insieme ai figli) ha cantato le canzoni che l’hanno forgiata. A legare le persone in un coro collettivo non erano il merch nostalgico creato ad arte insieme ad Adidas: era la voce di chi negli anni ’90 ha trovato in quei ritornelli un modo per esprimersi, riconoscersi e, magari, formare il proprio gusto musicale.
Ridurre tutto a una semplice operazione commerciale sarebbe troppo facile: la nostalgia funziona perché intercetta qualcosa di più profondo, ossia il bisogno di riconnettersi con una fase della propria vita percepita come più semplice, più intensa, più definita. Tornare a cantare a squarciagola “Don’t Look Back in Anger” o “Supersonic” in uno stadio pieno non significa soltanto assistere a un concerto, ma, anzi, significa riattivare un frammento di identità.
Tornare agli Oasis o a Seth Cohen, insomma, non è solo un esercizio di memoria, è anche un modo per misurare la distanza tra chi eravamo e chi siamo diventati.

Eppure, non tutti i ritorni sono uguali: se alcuni revival rischiano di trasformarsi in pura archeologia pop o in un esercizio di conservazione più che di creazione, altri, invece, dimostrano che il passato può diventare materia viva. È successo con il ritorno degli Slowdive, capaci di pubblicare nuovi dischi all’altezza del proprio nome, o con i già citati Blur e Pulp, che hanno trasformato il loro ritorno in un lavoro sorprendentemente maturo e allineato ai tempi in cui ci troviamo.
La chiave, probabilmente, sta tutta qui: nel modo in cui il passato viene utilizzato: come rifugio nostalgico, come punto di partenza, o come entrambi?
E’ proprio questo il motivo per cui certe reunion continuano a riempire gli stadi, le pagine, i box office e i cuori: non perché ci manchino nuove storie o canzoni valide, ma perché alcune di quelle vecchie, semplicemente, non abbiamo mai smesso di sentirle nostre.
Il punto, allora, non è evitare la nostalgia o, al contrario, farsene schiacciare, ma, anzi, usarla per trasformarla da rifugio a strumento. Perché, se usata bene, la nostalgia non è una regressione, ma un modo più consapevole di guardare al passato, per andare avanti senza lasciare indietro niente.
Sara Bernasconi









