Smaltita la commozione per la fine di Stranger Things e allontanandoci da quella perenne sensazione di nostalgia, torniamo a dissezionare un capolavoro seriale ormai ampiamente riconosciuto dai cultori del genere sci-fi: Dark. Prodotto in Germania, creato da Baran bo Odar e Jantje Friese, ha debuttato su Netflix nel 2017. Se nella prima, l’altro era uno spazio fisico alternativo – l’iconico Sottosopra – qui, l’altro è insinuato nel nostro stesso mondo. Fedele alla propria natura e un po’ meno al mainstream, Dark ci trascina in un loop di paradossi temporali apparentemente inspiegabili: eventi che sappiamo non poter esistere, ma che percepiamo come misteriosamente presenti, in un sottile gioco tra finzione e realtà.

La serie è riuscita a porre la colonna sonora in una prospettiva interessante: è essa stessa protagonista, riesce a spiegare cos’è il tempo. Non lo capiamo, ma lo sentiamo. Questa s’intreccia ai fili che tessono la trama di qualcosa molto più grande di noi, con un’intensità ed emotività che la rendono sospesa, mai chiusa. Ne traspaiono inquietudine e familiarità.
Dietro il progetto c’è Ben Frost: nato a Melbourne nel 1980 e trasferitosi in Islanda nel 2005, è un musicista, compositore e produttore discografico noto per la sua elettronica sperimentale, influenzata da generi quali dark ambient, industrial, minimalismo classico, metal e punk rock. Le influenze? Brian Eno, inventore della musica ambient, Harold Budd, pioniere della stessa, e Morton Feldman, precursore del minimalismo ed esploratore di durate, silenzi e suoni di bassa intensità.
Oltre quella tensione che pervade ogni nota, tra le vicende della cupa Winden, si aprono grandi scenari: atmosfere frutto di un’autentica esplorazione della realtà, con suggestioni che sfidano la semplice percezione. Ogni luogo che ci appartiene crea inevitabili rimandi tra paesaggi esterni e sensazioni: il trasferimento a Reykjavík, infatti, potrebbe aver influito sulle composizioni del musicista, infondendo in esse un forte senso d’isolamento e profondità.
Per realizzare il soundtrack di Dark: Cycle 1, 2, 3, l’autore ha collaborato con la Sinfonietta Cracovia, nota orchestra da camera in Polonia. Archi, legni e ottoni sono stati registrati in studio e poi integrati nel tessuto sonoro complessivo. Per realizzarlo, si sono serviti di tecniche sperimentali, come porre i microfoni a ridosso delle corde degli strumenti, suonare con le unghie, abbassare l’intonazione di un’ottava o rallentare drasticamente la durata di esecuzione.
https://www.youtube.com/watch?v=i68H_IRzyLw&list=PLethZEUmzsn5RubXCA_J8GxiiHEtM3cwi
Questa fusione tra suoni orchestrali e sintetici plasma un paesaggio sonoro che vive nel punto d’incontro tra i due mondi. Il compositore interpreta i temi emotivi e narrativi: scrittura, destino, conflitto; a volte li amplifica, altre li contraddice. Un design sonoro dunque che non segue il flusso temporale canonico. Sono droni, stratificazioni e masse sonore: un tessuto che si avvolge su se stesso. Frost lavora infatti a fianco a fianco con regia, scenografia e scrittura, modellando la musica come parte integrante della propria visione creativa.
Il filosofo tedesco Martin Heidegger sosteneva che il tempo non è una successione d’istanti che scorrono su un orologio, ma la struttura stessa dell’esistenza. Noi abitiamo il tempo. Un tempo per questo, “esistenziale”. I personaggi non si muovono semplicemente da un momento all’altro: sono intrappolati nelle conseguenze del passato e nelle possibilità del futuro. Non si tratta di uno sfondo neutro su cui gli eventi accadono, ma la condizione stessa che dà forma alle loro scelte, alle loro paure e alla loro identità.

Per questo il suono diventa così potente: esprime quella tensione tra ciò che è stato e ciò che sarà, qualcosa che le parole da sole non riescono a dire. Come nella scena di Contact o in quella di Interstellar, ci troviamo davanti a qualcosa che sfugge al linguaggio: proviamo a spiegarlo, ma non possiamo.
Perché la serie ci colpisce così a fondo? Quel tempo labirintico, misterioso, non è poi così lontano dal nostro. Noi stessi lo abitiamo ogni giorno e il presente non è mai un punto isolato, ma un intreccio di possibilità, memorie e scelte.
Sara Pereira Da Silva

